PENSIERI E PAROLE – Un battito di ciglia e sei alla Supercoppa.

Fonte: Giorgia Acchioni - lamialazio.altervista.org
Twitter: @Giorginha19OO
Pubblicato: 13 agosto 2013 alle 17:41

Curva Nord

Cinque giorni. Tanti? Dipende dai punti di vista. A pensarci bene, cinque giorni sono quasi una settimana. Per chi è stanco e soffre il caldo, nell’ufficio dove lavora il condizionatore sfortunatamente si è rotto e mancano cinque giorni al momento  in cui può finalmente dirsi in ferie, cinque giorni sono molti. Troppi. Il biglietto per Sharm el-Sheikh  prenotato con lo sconto è lì, adagiato sul comodino di fianco al letto. Ogni sera lo veneri, conti le ore che separano te e quell’Alitalia dove salirai per 15 giorni di assoluto relax, come quando andavamo a scuola e aspettavi la campanella. Facevi il countdown dei secondi, contavi con le dita e quando finalmente arrivavi allo zero e la campanella ancora non era scoccata ci rimanevi pure un po’ male.
Cinque giorni. Tanti? Dipende dai punti di vista.
Quando sei un tifoso accanito ed è estate, una delle cose a cui pensi più frequentemente è il momento in cui ricomincerà il Campionato. Quando ti aspetta una finale di Supercoppa contro la Juventus di Conte, cinque giorni non sono molti. Anzi. E poi. Se tu rappresenti la Lazio, che nel corso di questi anni con la Vecchia Signora non è mai andata molto d’accordo, cinque giorni sono un battito di ciglia. Forse la chiamano Vecchia anche perché è un po’ acida. Come quelle donne datate che stanno sui balconi a sparlare di chiunque passi, con il ventaglio con sopra la ballerina di flamenco rigorosamente comprato a Barcellona dalla nipote che c’era stata in gita scolastica. Chissà perché Conte lo vedrei bene in quella veste. (Tralasciamo, quel che penso di Conte non deve saperlo nessuno).
Comunque. E’ inutile fare finta di non aver paura dei Campioni d’Italia.
La paura, paradossalmente, è positiva. Se non hai paura, significa che non hai più nulla da perdere.
Vedete, quando per ventuno anni non si è fatto altro che tifare Lazio, quando la domenica preferivi non uscire perché “non posso, c’è la Lazio”, tentare di vincere diventa una questione vitale.
Ed io ho paura. Si. Di non tentare abbastanza. Forse gli abbracci che ho dato sotto le Tre Cime di Lavaredo erano troppo stretti, oppure troppo deboli, e gli eroi della Coppa Italia meritano la perfezione assoluta.
O forse, ho gridato con troppa poca enfasi che “un passo indietro io mai lo farò” oppure che “non saprai mai quanto ti amo.”  Perché quando sei un tifoso accanito, da ventuno anni, che sia estate, inverno o Primavera e per giunta di una squadra come la Lazio, una di quelle che se ti entra nel cuore non ci esce, l’unica cosa che desideri ardentemente è vederla vincere.
Poche vittorie ma intense, è questo quel che chiediamo. E’ questo quello che siamo.
Allora lasciatemi preparare adeguatamente a questa ennesima finale. Lasciatemi riflettere. Lasciatemi ricordare i rituali scaramantici che avevano contraddistinto la settimana che ci ha preparati a quel 26 maggio magico. Che la gente forse mi avrà presa per matta. Che la gente forse continuerà a prendermici. Che comunque a me, non importa.
Il 18 agosto è sempre più vicino. Cinque giorni. Solo e soltanto cinque. Tanti? Per noi laziali sono solo un battito di ciglia.

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